logo - Consorzio Tutela Vini Arcole doc Consorzio Tutela Vini Arcole doc

 
L'ARTE DELLA VITICOLTURA. Per le persone più anziane diventa facile ricordare come un tempo la campagna fosse delimitata da lunghi filari di viti, sostenute da piante di noci o da aceri campestri. La coltura della vite ben si sposava con le piante. E nulla, in tale contesto, andava perduto. Dalle piante di sostegno si raccoglievano le noci, oppure la legna da ardere. I pali inoltre erano utilizzati in vario modo nel lavoro agricolo. Dopo la potatura invernale rimanevano lunghi tralci, che venivano legati con le "stròpe" (ramo di salice viminario) a robusti fili metallici che scorrevano, ben tesi dai "menatoli" (tendifili rudimentali di legno ottenuti con l'incrocio di due pezzi di palo) da una pianta all'altra o da un robusto palo all'altro.
Nel tempo la viticoltura ha mutato e per l'avvento di nuove produzioni e per la necessità di adeguare la coltivazione ai diversi terreni. Specie nel secolo scorso si ha una rapida evoluzione. I lunghi filari campestri si rivelano, soprattutto con l'avvento delle macchine, di impedimento per i lavori sul terreno coltivato e quindi sono concentrati in un vigneto più corto.

Si ha dunque il classico, contemporaneo vigneto, spesso accovacciato in un unico appezzamento più o meno grande vicino alla corte. La razionalizzazione di tale modo di produrre, anche se trasgredisce alla poesia di un retaggio e più aderente alla natura, non tradisce lo spirito di partenza. Infatti è ancora una gioia godere dei colori e della sensazione del frutto che cresce, del grappolo che matura, della foglia che germoglia e appassisce in una autunnale cromia, quando tutto muore e per incanto rinasce la primavera successiva. Oggi, si guarda più alla praticità della produzione, per cui la coltura delle viti e la stessa vendemmia diventano più agevoli se affiancate alla casa rurale. Chi s'interessa di viti sa che, nonostante la sua universale presenza, la pianta abbisogna di notevoli cure.

Si tratta di un intervento reiterato da quando si ha l'innesto della pianta al suo definitivo sradicamento. Fino agli anni Trenta e Quaranta del Novecento tutte le operazioni connesse alla coltivazione della vite avvenivano manualmente e richiedevano un notevole sacrificio da parte del contadino che le accudiva. Quasi tutto l'anno era impiegato alla sua manutenzione, alla ricreazione di un habitat ottimale, capace di andare incontro alle necessità del produrre, ma pure della pianta delicata, specie per le gelate invernali. La potatura cominciava in gennaio: durava a lungo e occupava, nelle giornate fredde, numerosi contadini. Venivano tagliati i tralci lunghi, eccedenti e vecchi. Era un'operazione decisa, effettuata con la ròncola (coltello ricurvo) e con le cesoie da vite. Per accedere con maggior facilità ai rami da potare si utilizzava uno scalone (scala triangolare). Durante la potatura venivano anche fissati i pali di rinforzo del sostegno, si tiravano i fili di ferro, e si stendevano e univano i tralci. Venivano inoltre piantati nuovi alberi per il sostegno futuro. Lentamente ci si accorgeva del sorgere della nuova stagione.

In primavera, i contadini zappavano la terra attorno alle viti, perchè fosse smossa e allentata. Proprio in questa stagione veniva interrato il letame, che era di solito predisposto vicino ad ogni pianta nei giorni di novembre ("San Martino", 11 novembre). In una prima fase della crescita vegetale, da maggio a luglio, venivano diradati i germogli e i pampini perchè non ombreggiassero i grappoli. Questa era un'operazione estremamente importante, soprattutto per avvantaggiare la qualità del vino. Quando la produzione appariva, fin dal primo momento, sovrabbondante, si ricorreva al diradamento dei grappoli (oggi lo si fa in modo sistematico): i viticoltori più esperti li "s-ciaravano" (diradavano). In questo modo i grappoli che restavano si ingrossavano più facilmente, dando origine a un prodotto migliore. Ciò contribuiva, in buona parte, a renderli più resistenti alle malattie e permetteva una maggiore gradazione alcoolica del vino.
Con lo scorrere dei decenni e l'affinamento delle tecniche di coltivazione si giunse ad una sempre più attenta difesa degli acini. Si interveniva proteggendoli dalle varie malattie proprio dal primo spuntare delle foglie. Era necessario immediatmente "darghe l'aqua", cioè irrorarle: venivano adoperati prodotti chimici, capaci di inibire i parassiti e le altre forme di malattia. Si utilizzava soprattutto il "verderame" (solfato di rame). Tale intervento
veniva ripetuto più volte fino a tutto il mese di luglio. Questa operazione era la prima effettiva intromissione del contadino nella vita naturaledella pianta. Si cercava in questo modo di sopravanzarela natura. In una prima fase, molti contadini rimanevano scettici rispetto ai risultati, ma con l'andare del tempo si abituarono.

LA VENDEMMIA. Se c'è un periodo dell'anno agricolo che trova la massima espressione della laboriosità dei contadini, è il momento della vendemmia: una vera e propria festa agricola. I mesi deputati alla raccolta dell'uva, cioè settembre ed ottobre e in qualche annata i primi di novembre, vedono impegnate, tra Ottocento e Novecento, le piccole aziende vitivinicole in un lavoro che occupa tutta la famiglia, offrendo a ciascuno compiti ben stabiliti e aggregando, di volta in volta, anche i vicini di casa che magari scambiavano il favore prestato. Le grandi aziende invece dovevano per forza di cose far riferimento a manodopera esterna: si trattava di solito di operaie che venivano pagate con una retribuzione oraria ridotta, come lavoratrici occasionali (in parte lo stipendio era in natura). Vi erano anche coloro che offrivano la loro opera solo in cambio della possibilità di poter gustare alcuni grappoli durante il raccolto: era anche questo un modo per alimentarsi.
Il lavoro cominciava il mattino. I vendemmiatori si trovavano, nel luogo dove era stato sospeso il lavoro il giorno precedente. Venivano distribuiti lungo i filari e tenevano vicino un cesto rotondo con il manico, ma potevano essere utilizzati anche altri recipienti (secchi di legno, panieri, cesti di varia forma...). portata di tutti, per cui venivano utilizzati degli scaloni. La tradizione orale, trasmessa dai più anziani, ci indica come fosse diffusa durante la vendemmia la logica del parlare e del cantare, per evitare che i raccoglitori facessero una scorpacciata di uva a tutto danno dei padroni del vigneto. La vita della famiglia, della comunità rurale, il pettegolezzo spicciolo, le "ciacole" di paese, trovavano sotto i filari, per qualche giorno o qualche settimana, uno spazio privilegiato. E tutto ciò costituiva quella grande sagra che rappresentava la vendemmia.
 

 
Il territorio e le sue acque
Note di storia enologica
Le Vigne
   
Cantina sociale di Colognola ai Colli s.c.a.r.l.
Az. Agr. Desmontà di Bixio Emilio
Cantine dei Colli Berici s.c.a.r.l.
Cantina di Monteforte d'Alpone
Collis Veneto Wine Group
   
Il Consorzio: tutela e valorizzazione
L' Area Geografica di produzione (mappa)
Il DISCIPLINARE

 

Consorzio Tutela Vini Soave e Recioto di Soave
www.ilsoave.com

 

Consorzio Tutela Vini Soave e Recioto di Soave
www.montilessini.com

 

     
home  •   news  •   la terra  •   i vini  •   le aziende  •   il consorzio  •   e-mail

© 2008 copyright
Consorzio Tutela Vini Arcole Doc
Consorzio Tutela Vini Arcole Doc
vicolo Mattielli,11 - 37038 SOAVE (Verona)
tel.045 7681578 - fax 045 6190306 - email: consorzio@arcoledoc.com
P.Iva 03112070234
credits:
www.elettri.com