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III. L'età moderna.
Uno dei momenti storici che ha lasciato traccia fino all'epoca contemporanea
è senz'altro l'episodio della guerra napoleonica che
nelle terre zerpane, a più riprese, ha visto le truppe dei
differenti eserciti sul finire del Settecento e nei primi decenni
dell'Ottocento.
Gli episodi più significativi sono quelli di Arcole (15-17
novembre 1796) e di Caldiero (1796, 1805, 1813). E' noto che i soldati,
al seguito di Napoleone, combattevano con ardore, anche perchè
godevano di un buon trattamento. Rispetto agli imperiali a cui andavano
10 soldi giornalieri, i francesi ricevevano 20 soldi veronesi, una
lira di carne, mezzo libra di riso, mezza pagnotta ed un boccale
di vino.
L'OSTERIA.
Il nome “oste” si lega al latino “hospes”,
ospite. Ogni paese (come aveva il cimitero) aveva almeno un’
osteria. Era il luogo di ritrovo nei momenti di riposo, dove si
comunicavano esperienze e si scherzava in compagnia. Generalmente
era frequentata dagli uomini il sabato e la domenica e vi restavano
seduti per ore, davanti ad un bicchiere di vino, fumando la pipa
o il sigaro, chiacchierando, discutendo o giocando a carte. Se il
vino bevuto in abbondanza faceva effetto, l’avventore violento
poteva essere scacciato dall’oste. Talvolta erano le stesse
mogli che andavano a ricercare il propio marito in osteria, rischiando
magari una brutta reazione, ma sapendo anche che poi sarebbe stato
buono come un agnello per tutta la settimana. La sbronza o “bala”
era di pragmatica nelle grandi feste, ma per qualche macchietta
del paese poteva essere una regola settimanale.
Nell'Ottocento l'impianto della vite era a carico del proprietario,
gli oneri relativi alla sua coltivazione per i primi cinque anni
(cioè quando la pianta non aveva ancora raggiunto una certa
autonomia) erano per metà a carico del colono. In questo
periodo si aveva una grande diffusione delle colture promiscue
della vite e dei cereali, le quali permettevano al contadino
di ottenere dal campo il vino e il frumento con i quali pagare l'affitto.
Lungo i filari delle viti si coltivava poi la lista erbosa che integrava
il fabbisogno dei foraggi, sempre insufficienti, tanto che spesse
volte le fronde degli alberi che sostenevano le viti venivano impiegate
nell'alimentazione delle bestie.
Per
quanto concerne gli "aratori-arborati-vitati", generalmente
si incontravano quindici-venti alberi per campo; i filari delle
viti erano distanti tra loro una quarantina di metri. Le viti, in
numero da due a quattro per albero, presentavano i tralci tesi in
linea con la piantata. Tutto il sambonifacese e l'area presa qui
in esame sostenevano, per tutto l'Ottocento, questo sistema colturale,
con la vite che occupava un ruolo interdipendente con la
coltura cerealicola ed erbosa. L'80 % circa dei terreni era costituito
da aratori, arborati, vitati, il resto riaguardava aratori e vitati.
Il vino prodotto serviva soparattutto al consumo familiare,
sempre che, come spesso accadeva, avversità atmosferiche
o alluvioni dell'Alpone e dell'Adige non incidessero profondamente
sulla produzione.
LA
CANTINA. In gergo popolare era detta “caneva”,
stanza dove in origine si tenevano i canapi di cui era molto ricco
il Colognese. L’etimologia di “cantina” è
dubbia: pare che derivi da “canto”, come sembra suggerire
l’espressione “andare in cantina”, cioè
“calare di tono mentre si canta o si parla”. Ma si dice
anche che il vino “fa cantare”. Un tempo le cantine
si trovavano nelle case signorili, nelle ville o nei palazzetti;
poi sono entrate a far parte anche della casa contadina. Generalmente
si trovavano in luoghi interrati o seminterrati, freschi, adatti
a conservare vino, salumi o altri generi alimentari. La “caneva”
era quasi sempre poco illuminata (solo qualche piccola finestra),
piuttosto umida (spesso con muffe) e con terra battuta. Sui rudimentali
scaffali (scansie) potevano trovar posto le botti (vezoti), le damigiane,
i fiasconi, le bottiglie di varia misura.
IL
BROLO. Con il termine tardo-latino “broilus o broilum”
s’intendeva, nel passato, un orto o un frutteto recintato
quasi sempre da muro o da siepe. Lo sviluppo del brolo è
certamente legato alla diffusione della “villa”, fenomeno
squisitamente ma non esclusivamente veneto. Nella provincia veronese
si estese a partire dal Quattrocento, quando i nobili veneziani
cominciarono a guardare alla terra come una nuova forma di investimento
e di attività agraria.
Nella Bassa Veronese il brolo era appezzamento di terreno, accanto
o nei pressi della villa, riservato alla produzione degli ortaggi
e della frutta. Qui si potevano raccolgliere mele, pere, cotogne,
melegrane, susine, nocciole, noci, uve bianche e nere ecc., insomma
quella svariata quantità di frutta che poi andava ad allietare
le tavole dei signori, i quali non sdegnavano di servirsi anche
di guardie campestri per proteggere i loro frutteti da quei ladri
molesti che altro non erano, nella maggior parte, che dei poveri
affamati.
Ernesto Santi
Guerrino Maccagnan
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