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II. Il Medioevo.
Le vicende storiche di questo periodo condizionano negativamente non solo l’estendersi della viticoltura nella Media Pianura veronese, ma anche la possibilità di reperire documenti che ne attestino la consistenza.
E’ pertanto obbligatorio affidarsi a quei pochi accenni che la storiografia veronese ci fornisce, considerandoli come necessarie premesse per una fioritura della vite che avrà i suoi albori soltanto nel Basso Medioevo. Viene subito alla mente la macabra vicenda di Rosamunda, moglie di Alboino, primo re dei Longobardi, che una tradizione vuole legata al castello di Sabbion, sorto nel 569 .

Come noto, la prima capitale del Regno longobardo fu Verona: qui Bertoldo, il furbissimo consigliere del re, “alla domanda inerente al miglior vino esistente a Verona” si dice che rispondesse: - E’ quello che si beve in casa d’altri! - (3). Forse fu lo stesso Bertoldo a consigliare ad Alboino di costringere la moglie a bere con una coppa ricavata dal teschio di suo padre, Cunimondo, re dei Gepidi. La vendetta di Rosamunda, dopo essersi accordata con il suo spasimante Elmichi, si consumò con l’uccisione di Alboino.

Non è trascurabile il fatto che ai Longobardi piacesse il vino, tanto che nel cap. 262 dell’Editto del re Rotari si legge: “se qualcuno abbia spogliato le viti e tolto più di tre o quattro sostegni dovrà condannarsi alla pena pecuniaria di sei soldi” . Più blanda era la pena (solo tre soldi) per l’esportazione di tre grappoli d’uva.
Nello stesso editto si leggono altre prescrizioni riguardanti le viti (cap. 283-296), che una tradizione vorrebbe emanate in Valpolicella nel 673. Pare che la stessa “pastissada de caval” sia di origine gotico-longobarda, forse dovuta all’usanza di nutrirsi di
carne equina cotta nel vino (amarone della Valpolicella).

Abazia di Villanova - il miracolo del vino sec.XIIII più antichi documenti sulla coltura della vite nei nostri territori risalgono ai secoli IX-X:
844 - Zevio: presenza di viti;
865 - Roveredo: viti “in Roboreto in vico Gabiano”;
882 - Zevio: viti “in fine Gebitana locus Ulmus prope oratorio Sancti Martini”;
896 - Ronco: Berengario dona un manso “in villa quae nominatur Runco habentem vinearum et terrae arabilis”;
915 - Zerpa: Berengario dona alla chiesa di San Salvatore Corte Regia di Verona alcuni beni, tra cui una terra con vigne “in Aquatraversa” e due masserizie - di cui una nel comitato vicentino - nel vico di Porcile;
916 - Zerpa: Berengario concede al Conte Ingelfredo la corte di Zerpa e la cappella di San Salvatore, con terreni, viti, boschi e prati adiacenti;
929 - Ronco: il Conte Milone, con la moglie Vulperga, offre ai canonici veronesi la chiesa di Santa Maria di Ronco e un manso a Callecava (diocesi vicentina) con terre aratorie e viti;
942 - Zerpa: Ugo e Lotario donano a Giselberga terreni vitati;
955 - Ronco: si citano vigne appartenenti al Conte Milone;
988 - Zerpa: Ottone II conferma a un feudatario terre vitate.
Come si può facilmente notare, le viti si trovavano sparse lungo l’Adige (Ronco) e tra l’Alpone e Porcile (Belfiore). L’Alpone segnava allora, come adesso, il confine tra i
Comitati di Verona e di Vicenza: la località Collecava doveva perciò trovarsi a sinistra dell’Alpone.
addirittura
L’espansione del cristianesimo, soprattutto ad opera dei benedettini (Villanova, Scardevara, Sabbion, Pressana, ecc.), contribuiva a ridisegnare l’area sotto il profilo colturale e diventava l’elemento trainante della bonifica di vaste zone in riva all’Adige. I documenti del IX-X secolo confermano il contributo religioso alla redenzione delle terre e alla loro resa
produttiva.


Ernesto Santi
Guerrino Maccagnan

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