I.
Dai Paleoveneti ai Romani.
Ne secondo libro dell'Illiade Omero accenna espressamente alle origini
dei Veneti:
" Dall'eneto paese, ov'è la razza
dell'indominte mule, conducea
di Pilemène l'animoso petto
i Paflagoni ..." ()
Provenienti dunque da una regione dell'Asia Minore, la Paflagonia,
essi parteciparono alla guerra di Troia con il loro re Pilemène
e dopo essere tornati in patria, forse in seguito ad una pestilenza,
abbandonarono la propria terra per navigare verso altri lidi.
Giunti nella laguna veneziana, riuscirono a scacciare gli Euganei,
occupando gran parte
della pianura veneta sotto la guida del re Antenore. Secondo attendibili
testimonianze si sarebbero stanziati, tra la fine del XIII e gli
inizi del XII secolo a.C., lungo le rive dell’Adige e tra
il Mincio e il Garda. Dai reperti archeologici pervenutici si
deduce che erano capaci di produrre molteplici oggetti artigianali,
alcuni molto semplici, altri con caratteristiche dell’opera
d’arte. Uno dei loro centri più famosi fu senz’altro
Este, che costituì il punto di riferimento per tutti
gli abitanti che si stanziarono lungo l’Adige e, per quanto
ci riguarda, centro di un territorio che aveva in Belfiore
(l’antica Porcile) il suo confine con quello
veronese.
Si dice che prima della rotta di Cucca
(589 d.C.), l’Adige scorresse abbastanza liberamente,
ma il suo alveo principale doveva certamente passare da Este
(Athesis). Questa primitiva civiltà atesina fiorì
grazie all’intraprendenza dei Paleoveneti, le cui
testimonianze sono conservate presso il Museo Archeologico Nazionale
di Este. A quanto ci è dato sapere, oltre ad essere grandi
allevatori di cavalli (e già in Paflagonia erano famose
le loro mule!) , sapevano dedicarsi alle attività artigianali,
ai commerci e all’agricoltura.
Nonostante la carenza di testimonianze circa la coltivazione della
vite e il consumo del vino, è possibile tuttavia constatare
che è frequente la rappresentazione di paleoveneti intenti
a libare. In un gancio bronzeo per centurione, ritrovato a Carceri
d’Este e risalente al V secolo a.C., è raffigurata
una donna in atto di versare un liquido ad un personaggio sdraiato
(una divinità delle acque?). Questa raffigurazione, come
altre statuette in bronzo di uomini o donne che tengono fra le
mani vasetti o patere, indica chiaramente l’intenzione di
rendere partecipe il dio alla consumazione di una bevanda pregiata:
non sappiamo se latte, vino, olio od altro. becco”.
Gli influssi della cultura etrusca risalgono all’VIII
secolo a.C. e, nel secolo successivo, si sono estesi talmente
da far diventare Este come un notevole centro commerciale, che
fungeva da tramite tra il territorio di Bologna dell’Etruria
con il mondo pre e transalpino Castello di Zevio.
Nonostante i pochi reperti viticoli (semi di origine palafitticola
e foglie fossili di ampelidea) , “alcuni studiosi tuttavia
ritengono che gli antichi abitanti neolitici non usassero ancora
l’uva per la vinificazione” . “E’ però
da notare che, tra i materiali palafitticoli, non mancano numerosi
tipi di vasi; non si può quindi assolutamente escludere
che, già da allora, venisse effettuata la preparazione
di liquidi fermentati sia pure in quantità limitata”
. Se dunque i Paleoveneti avessero potuto usufruire di una bevanda
particolare, questa era certamente una specie di vino che potevano
ricavare da quelle uve selvatiche che ricordavano le loro
origini. “La libagione - come rileva Mastrocinque - era
atto di culto pubblico, ma anche, e soprattutto privato.
Nel
territorio estense, a partire dal V secolo a.C., sono documentati
almeno due santuari, posti proprio lungo le rive dell’Adige:
uno dedicato alla dea Retia e l’altro ai Dioscuri (13).
L’avvento dei romani non dovette essere come un cataclisma
che tutto distrugge. Il territorio fu occupato lentamente e pacificamente
e perciò anche i costumi civili e religiosi subirono una
inevitabile evoluzione. Alcuni cippi testimoniano che la presenza
romana poteva già essere in atto verso il II secolo a.C..
La Via Aemilia Minor, che collegava Bologna ad Aquileia, passando
probabilmente da Padova ed Este, fu tracciata nel 175 a.C. dal
console Marco Emilio Lepido. Fra il 49 ed il 42 a.C., Este fu
iscritta nella Tribù Romilia e, dopo la battaglia di Azio
(31 a.C.), una colonia di veterani romani s’insediò
nel territorio, fondendosi a poco a poco con gli Atestini, su
cui però s’imposero per la superiore civiltà
latina.
E’ in questo periodo forse che si effettua il raccordo tra
Ateste e la Via Postumia. Quest’ultima Via Imperiale, su
cui transitavano gran parte dei commerci del Nord, fu costruita
nel 148 a.C. e congiungeva Genova ad Aquileia, passando per Verona,
Vicenza e Treviso. Il congiungimento tra le grandi arterie della
Via Emilia e della Via Postumia significava, in pratica, rivitalizzare
un territorio che era ricchissimo d’acque, ma per molta
parte incolto e con poche vie di comunicazione terrestre.
La Via Porcilana, che congiungeva Este a San Martino Buon
Albergo costituiva pertanto l’asse portante per un’economia
agricola che stava per svilupparsi proprio in quei terreni un
tempo percorsi dalle acque dell’Adige e perciò ricchi
di sali minerali, che limo e sabbia avevano cosparso ovunque,
come aveva fatto il Nilo in Egitto. Sarà infatti lungo
la Via Porcilana che si svilupperanno parecchi insediamenti, che
daranno vita, nell’alto medioevo, ad altrettanti villaggi:
da Lepia a Porcile, a Bionde, a Cucca, Sabbion, Pressana, solo
per citare i più noti. E’ ormai assodato che quella
via affiancasse l’antico principale percorso dell’Adige
e che quindi costituisse un’alternativa e più celere
via per trasportare le merci da Sud a Nord e viceversa. Il suo
percorso è noto agli studiosi e si sa che arrivava fino
a Brondolo, ossia portava direttamente all’Adriatico.
Ernesto Santi
Guerrino Maccagnan
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